Indietro

Curiosità

Curiosità

di Giuseppe Matrella

30 nov 2022, 07:53Post pubblico
Era una giornata qualsiasi in un’estate di qualche anno fa alle Isole Tremiti: il caso incontrò l’entusiasmo di una ristretta compagnia di amici che per movimentare il dolce far niente di quell’assolata mattina decisero di andare a ritirare i palancati posizionati giorni prima a largo dell’isoletta di Pianosa, la più “solitaria” dell’Arcipelago.
Furono in quattro a salire su quel motoscafo nel porticciolo di San Nicola: Fafele sindaco di Tremiti, Anna turista napoletana, Mimino isolano doc e Arturo Santoro campione di pesca subacquea.
Erano le due del pomeriggio e in men che non si dica raggiunsero Pianosa. Il mare calmo e l'acqua invitante convinsero Arturo a fare qualche immersione. Non ci mise molto a pescare delle ombrine e un paio di eleganti orate.
Qualcosa però ruppe improvvisamente quello scenario idilliaco: il pescatore risalì velocemente sul motoscafo visibilmente teso e salpata l'ancora senza dare troppe spiegazioni ripartì in fretta e furia verso Tremiti.
L’improvviso movimento anomalo del fondo ed una forte corrente sottomarina lo avevano messo in allarme riguardo ad una forte turbolenza in arrivo: segnali che solo un occhio esperto può cogliere con quella repentinità.
Le previsioni non erano errate: forti folate di vento ed un moto ondoso in continuo aumento resero difficile la navigazione di rientro.
Avevano percorso circa metà delle miglia che li separavano dalla loro meta quando un tonfo impressionante scosse il motoscafo.
Si precipitarono nella stiva per capire cosa fosse successo: ne uscirono sconvolti perché si resero conto che una grossa falla si era appena aperta nella chiglia. Furono inevitabili momenti di panico.
La falla era troppo grande per essere tamponata. Chiedere aiuto era inutile perché nessuno poteva sentirli. Pregare non era tra le soluzioni più pragmatiche ma penso che ognuno, intimamente, lo abbia fatto.
Mentre l'acqua continuava ad allagare la stiva, cercarono di recuperare oggetti che potevano aiutarli a galleggiare. Purtroppo però quel materiale fu spazzato via da una violenta onda che si abbatté sul natante. Riuscirono tuttavia a recuperate parti di mute che si trovavano nel pozzetto di poppa.
Si erano appena lasciati andare in acqua che il motoscafo, con un sussulto, si impennò e poi affondò tra lo sgomento e l'incredulità dei quattro naufraghi. Era l 'unico appiglio galleggiante rimasto e svanì negli abissi lasciandoli senza un sostegno, distanti diverse miglia dalla terra ferma e senza alcuna possibilità di chiedere soccorso.
La situazione non tardò a complicarsi. La partenopea Anna non sapeva nuotare e Fafele preso da uno shock termico non riusciva più a muovere braccia e gambe. Arturo e Mimino si dovettero accollare il compito di tenerli a galla per evitare che annegassero. Si agganciarono l'uno all'altro come anelli di una precaria catena umana.
Non potendo nuotare, si lasciarono trasportare dalla corrente. Erano passate molte ore dal naufragio e si era fatto buio. Voi che leggete comodamente seduti al calduccio sulla poltrona di casa chiudete gli occhi e immaginate, per qualche secondo, cosa potrebbe voler dire stare a mollo nell’oscurità più totale nel bel mezzo dell’Adriatico…

A quel punto sull’isola amici e parenti cominciarono a preoccuparsi del prolungato ritardo e allertarono la Capitaneria di porto. Erano orai le 21. Partirono alla ricerca dei dispersi molti natanti privati , diversi barconi degli isolani, qualche cianciola che si trovava in zona per la pesca notturna, l'elicottero del pronto soccorso, ed i potenti motoscafi dei carabinieri e della guardia costiera: una vera flotta!
Tutti i mezzi seguirono la rotta Tremiti-Pianosa, percorrendola più volte in entrambe le direzioni. Qualche barca si avvicinò a Pianosa nella speranza che gli sventurati si fossero rifugiati sull'isola. La mancanza di coordinamento portò le imbarcazioni ad operare tutte nello stesso tratto di mare. A nessuno venne in mente di cercare oltre, dal momento che una forte corrente poteva averli spostati dal punto ipotetico dell'incidente.
Mimino ha in seguito raccontato che alcuni soccorritori giunsero vicinissimi a loro ma che a causa del rombo dei motori, essi non riuscirono a sentire le loro grida di aiuto.
Erano trascorse quindici ore dal momento del naufragio. Il gruppo dei dispersi continuava ad andare alla deriva come tronchi, alghe morte di posidonia, cassette di polistirolo abbandonate, bottiglie di plastica in cerca di una spiaggia per arenarsi.
Erano sfiniti per la difficoltà di mantenersi o essere mantenuti a galla. Avevano gli occhi arrossati per la salsedine, le braccia e le gambe atrofizzate dal freddo, la pelle aggrinzita per la lunga permanenza in acqua. Erano così esausti che qualcuno iniziò a delirare, a bisbigliare frasi senza senso, ad avere allucinazioni , a ripetere incessantemente il nome dei propri cari.
Eppure superarono la notte ed arrivò l'alba. Il sole iniziava ad arrampicarsi sull'orizzonte per riscaldare la fredda atmosfera di quel mattino. Un gabbiano solitario si esibiva in volo planante, sfruttando le correnti ascensionali.
Erano passate diciotto ore dal terribile tonfo che aveva dato inizio a quella disavventura. Improvvisamente, fra le nuvole basse dell’orizzontale, apparve una grande vela bianca.
Un miraggio? No! UNA BARCA! Una vera barca con la vela bianca! Forse la salvezza.
Era tuttavia ancora troppo lontana per far sperare i naufraghi di essere visti. Arturo senza un attimo di esitazione, con le ultime forze che gli erano rimaste, nuotando a perdifiato, cercò di intercettarla andandole incontro agitando le braccia e gridando a più non posso.
Il suo movimento scomposto ma efficace attirò l'attenzione dello skipper il quale, nonostante tutte le cose strane che sicuramente gli erano già capitate andando per mare, non penso avrebbe mai immaginato di incontrare alle prime luci del mattino in mezzo all'Adriatico, quattro naufraghi alla deriva e un gabbiano solitario in cerca di relitti d'autore.
Con grande sforzo i quattro dispersi di Pianosa furono tirati a bordo. Lo skipper, dopo essersi sincerato in modo sommario del loro stato di salute, li accompagnò alle Tremiti. Li riportò a casa.
Arrivarono che la notizia del loro salvataggio li aveva ampiamente preceduti: il molo pieno di gente si riempì di abbracci, sorrisi, urla di gioia e lacrime di commozione.
Diciotto ore in acqua senza un galleggiante o un qualsiasi appiglio a cui sostenersi: un’impresa che pochi avrebbero la fortuna di raccontare…
P.S: i protagonisti di questa storia, con ogni ragione probabilmente, non amano raccontare quei momenti. E così le informazioni mancanti a completare il mosaico di questa straordinaria avventura le ho dovute reperire altrove. Ho dovuto chiedere il favore di condividerle con me a quel gabbiano solitario. Ci ho messo un po’ a trovarlo, ma alla fine era ancora lì, a volteggiare tra le nuvole a largo delle Isole di Diomede e a dar conforto ai marinai che ogni giorno sfidano la sorte avventurandosi per mare.
8 reazioni
2 commenti

Mi piace e commenti completi nell'app TremitiNow.